I bambini un tempo nascevano in casa, e così è stato anche per Elvio Sulas, che nasce a Riola Sardo l' 8 giugno del 1949, da una famiglia di agricoltori.
Nel rispetto della tradizione e delle regole domestiche, secondo cui ogni componente della casa era funzionale all'economia della stessa, già nella primissima infanzia Elvio accompagna il padre Egidio in campagna, e lo aiuta nello svolgimento delle varie attività: viticoltura, cerealicoltura e olivicoltura.
Nel 1971 diventa dipendente Telecom, ma parallelamente al proprio incarico professionale continua ad occuparsi della coltivazione e della cura delle terre della propria famiglia.
L'esperienza agricola dell'infanzia segna perciò il suo destino: il desiderio di conoscere a fondo il proprio territorio, animato com'è da riti e tradizioni ancestrali, lo spinge a compiere studi e ricerche storiche e archeologiche.
Nel corso degli anni l'amore per gli utensili della cultura contadina lo ha portato ad accumulare una grande quantità di oggetti, tanto da aver creato una vera e propria collezione, con alcuni pezzi unici e molte rarità. Ad ospitare questa collezione è proprio la sua casa, la cui costruzione risale a prima del '700, ed è da considerarsi un piccolo museo delle tradizioni popolari sarde degli ultimi trecento anni, data la quantità e qualità degli utensili ivi conservati, e nella quale hanno trovato dimora anche 60 bonsai ultracentenari, selezionati e curati personalmente da Elvio.
Nel tempo libero Elvio ama inoltre scolpire la pietra, intagliare il legno e dipingere la ceramica. In queste creazioni ama esprimere i propri stati d'animo, privilegiando l'impiego di tecniche antiche.
Nel 2008 il pensionamento è coinciso con l'opportunità di cogliere una nuova sfida: coltivare la lavanda. La lavanda di Elvio prodotta nel Sinis.

RIOLA SARDO

L’abitato di Riola Sardo era già presente nel periodo nuragico.. Si tratta di un centro che sorge al centro di una vasta area pianeggiante, tra il paese di Nurachi e quello di Cabras, che si stende alla quota media di 9 metri sul livello del mare (tra 0 e 38 metri), sulla riva di un vasto stagno, che nel passato fu molto più grande ed ebbe il nome di Mare Foghe, cioè “mare della foce”. “Mare” per la vastità dello stagno e “foce” perché si trattava della foce di un torrente che si gettava nello stagno. Anche il torrente si denomina Rio Foghe e si getta nello stagno di Cabras. Sui bordi meridionali di questo torrente sorse il paese e sono ancora visibili le rovine della chiesa dei Templari di Santa Corona, forse l’antica parrocchiale, il cui nome che si trova nei documenti, come nel condaghe di S.Maria di Bonarcado, è Santa Corona de Rivora. E appunto Rivora è il nome antico del paese, che significa riva, riviera, per la posizione del centro abitato lungo i bordi del torrente. Nel medio evo il paese era circondato per tre lati dall’acqua e questo lo rendeva più sicuro dagli attacchi dei saraceni. Un tempo nello stagno si praticava la pesca, ma poi venne bonificato dai monaci. Fino a poco tempo fa si è creduto che si trattasse di frati benedettini. Infatti potrete trovare ancora oggi qualche autore che scrive che il territorio era colonizzato dai monaci camaldolesi, che avviarono una massiccia opera di bonifica e sviluppo agricolo, ma le ricerche attuali, durate diversi anni, mi hanno confermato che invece erano i monaci Cavalieri del Tempio, che ebbero nella zona e in tutto il Giudicato vasti possedimenti, beni e ricchezze. E Santa Corona era una delle loro chiese. Non è infatti un caso che il condaghe di S.Maria di Bonarcado nomini il Presbiteru Terico Arras, Capridanu di S.Corona. E un sacerdote (presbitero) che avesse i gradi di capitano (capridanu) non poteva essere un Camaldolese, ma solo un Cavaliere del Tempio che era contemporaneamente militare e religioso. Merita una visita la parrocchiale di S.Martino che risale al XVI secolo, su un impianto romanico. con una bella facciata in pietra arenaria con coronamento ad arco e campanile in stile oristanese con cupola a cipolla. All'interno è presente un crocifisso del ‘500 e due pile per l'acquasanta del ‘600.Nel retro dell'edificio si incontra la Casa Carta, una delle più tipiche abitazioni dell'architettura civile oristanese, risalente al ‘700, che mostra dei segni simbolici dei Templari, in particolare le rosette a sei petali, che certamente provengono dalle chiese medievali, quasi certamente da Santa Corona. Sono tipici del posto animali quali conigli , lepri ,pernici,galline prataiole,nello stagno esiste ancora il tarabuso (su oi forraiu) oi:bue un uccello acquatico che si porta dietro molte leggende. Nei dintorni del paese sono presenti diverse zone umide d’interesse naturalistico e nel tratto costiero di Riola si possono ammirare le falesie di “Roia de su Cantaru” e quelle de "Su Cuccuru Mannu", formatesi nel corso dei millenni grazie all'erosione del mare. Anche la geologia del territorio invita alla visita turistica. Gli antichi depositi alluvionali del Tirso caratterizzano dei modestissimi rilievi, intervallati da zone in depressione spesso occupate da terreni palustri, ora in gran parte bonificati. Il vento, che come in genere in tutta la Sardegna occidentale, soffia regolarmente da Maestro, ha depositato dei materiali dovuti al trasporto, le sabbie eoliche dell’ultimo glaciale, del Wurm. Ma le dune meglio integrate alla morfologia sono nella regione del Sinis. La formazione di dune più rilevante è quella di Serra Is Arenas, che si trova a nord-ovest di Riola, allungandosi verso sud-est per circa quattro chilometri dalla costa. Tra Riola e il mare affiorano depositi di sedimenti di origine salmastra, testimonianza dell'esistenza di una serie di lagune più o meno in comunicazione con il mare aperto.

Economia

Riola Sardo è un comune di 2.137 abitanti della provincia di Oristano. Attualmente l'economia si basa sulla coltivazione di frumento, vite, ortaggi, frutta ed ulivi. Rinomata la produzione di pane, dolci di mandorle, olio. Tuttora il terreno fertile produce una quantità variegata di frutta, ortaggi e vini di ottima qualità, fra cui la Vernaccia occupa un posto di primo piano. La Vernaccia di Riola trova il suo baricentro proprio nelle campagne del Sinis di Riola, una penisola molto fertile il cui terreno si adatta a tutti i tipi di coltivazione, ed in particolare al vitigno dal quale prodotto si ricava appunto il Vernaccia, che in genere ha una gradazione alcolica di almeno 14° ed un invecchiamento minimo di tre anni . Ora la vernaccia è un vino D.O.C. e su circa 1.600 ettari di terreno coltivato, la metà si trova appunto nel territorio di Riola Sardo. Un evento interessante per gli appassionati di degustazioni enologiche è sicuramente rappresentato dal Motoraduno internazionale della Vernaccia: dal venerdì alla domenica i partecipanti si radunano nei giardini da cui partono per compiere escursioni all'interno dell'abitato e fuori. L'11 novembre si svolgono i festeggiamenti di San Martino. Nel territorio del paese sono attestati molti resti risalenti al periodo del Bronzo, soprattutto con la presenza dei nuraghi.

 

STORIA DI RIOLA SARDO

Periodo Nuragico

Il territorio è costellato di nuraghi: vi si trovano i nuraghi di Oresimbula, il nuraghe Civas, de Priogu, nuraghe Predi Madau, Biancu e Zuaddas. Infatti il paese di Riola Sardo fu abitato sin dall'età nuragica, come testimoniano numerosi resti archeologici e i citati nuraghi. In particolare il nuraghe "Benatzu de sa conca de su moru" figura nella carta catastale De Candia custodita nell'Archivio di Stato di Cagliari.

Periodo fenicio punico

Nel territorio di Riola sono frequenti anche i ritrovamenti relativi al periodo fenicio punico. Presso i nuraghi, come il nuraghe Civas e presso il nuraghe Predi Madau, si rinvengono frammenti di ceramiche, tra cui delle anfore a sacco, del III secolo a.C. E presso il Predi Madau anche le ceramiche attiche. Presso "Is ariscas burdas" sono frequentissimi i frammenti di ceramica punica e di terracotta figurata e piccole maschere femminili, riferibili forse alla stirpe votiva di un tempio campestre dedicato alle due Dee dei Misteri Eleusini, Demetra e Kore. C’è qualcuno che sostiene che la vernaccia di Riola o comunque tutta la vernaccia di Oristano sarebbe stata importata dai punici. Ma non è assolutamente ritenibile che ciò sia vero, perché se ciò fosse stato vero tale vino sarebbe stato riscontrato in altri luoghi dove i punici furono presenti. E mentre altri vitigni, come il cannonau, si riesce ad impiantarli in altri luoghi, con la vernaccia non ci si riesce, perché sembra tagliata appositamente per il territorio dove cresce da millenni.

Periodo romano

In epoca romana il territorio di Riola fece forse parte del Territorium dipendente da Tharros, che si estendeva dalle pendici meridionali del Montiferru fino al mare. Questo territorio corrispondeva nel Medioevo alla curatoria di "Parte pontis" o di San Marco del Sinis. L'altra curatoria, detta del Campidano Maggiore, si estendeva dal Sinis al fiume Tirso. Di quest'ultima faceva parte Riola. Un segno preciso del periodo romano era il ponte che permetteva l’attraversamento del Rio Foghe.

Vandali

La Sardegna passò dai Romani al dominio dei Vandali verso il 450-55 d.C. ma nel 533 d.C. i Bizantini conquistarono l'isola. La documentazione archeologica ci dimostra il permanere nel periodo bizantino di tecniche edilizie di remota origine punica, presente in Africa e in Sardegna. le fogge delle chiese bizantine rimasero stabili almeno fino al sorgere e del diffondersi del romanico. Nel tardo Medioevo Riola era una Domu, un'aggregazione rurale di proprietà laica, spesso giudicale. Ma in realtà Riola era una proprietà dei Templari, tanto che la chiesa principale, S.Corona, viene citata nei documenti dell’epoca. E le donazioni di servi, riscontrate nei documenti della S.Maria di Bonarcado, si riferiscono ad un periodo precedente alla data di consacrazione della chiesa bonarcadese, fin dal sec. XI. Quindi si tratta di una chiesa che esisteva da tempi molto lunghi. E che poi fu donata alla domus templare di Arborea, citata dai documenti pontifici. Riola Sardo fu quindi amministrato nell'ambito della Curatoria di Oristano sotto il Giudicato d'Arborea ed è menzionato tra i possedimenti di Santa Maria di Bonarcado

Basso medio Evo

La chiesa di Riola, S.Corona, non era la sola costruzione religiosa del territorio. Quasi certamente anche San Martino, che evidentemente non aveva le fogge attuali, era già edificata in forma romanica ed esistente, come pure dipendente dai Cavalieri del Tempio. Infatti San Martino è un santo Cavaliere ed in genere in Francia le chiese dedicate al santo sono state quasi tutte Templari. La stessa chiesa di San Martino di Oristano fu una costruzione del Cavalieri del Tempio a cui Pietro II di Bas, Giudice di Arborea fece una potente donazione nel 1228. Finché Riola era stata una sede dei Templari, non appariva negli elenchi soggetti alle imposte, perché i Templari ne erano esenti. Agli inizi del sec. XIV, sciolto l’Ordine del Tempio, il centro di Riola compare sotto la condizione di Villa. Nel condaghe di Bonarcado vengono citate come ancora presenti nei secoli XII e XIII le chiese di S.Chirigu de Terra (o Serra) Sulas e di Santu Antoni de Terra (o Serra) Sulas. Notiamo anche che il Cognome Sulas è ancora presente a Riola. Una ulteriore osservazione si riferisce al passaggio dei pellegrini nel territorio di Riola, che provenendo dal nord – est si recavano a prendere il vascello che li avrebbe portati a Gerusalemme o a Roma. Il percorso che appunto proveniva da Bonarcado, Milis, San vero o Narbolia o Cuglieri, arrivava alle campagne di Riola e seguiva un percorso, ancora ben rintracciabile, che era individuato e indicato da diverse pietre scolpite, a distanza di qualche miglio l’una dall’altra, che riportavano le lettere PP, dal significato di Passum Pellegrinorum. Alcune di queste pietre sono state ritrovate o sono ancora nel sito originale. Il percorso dei pellegrini che andavano a Gerusalemme attraversava luoghi ancora oggi indicati da toponimi quali, Arcibiscu o Terra Santa, che sono chiaramente indicativi, e che terminano nel sito di Mistras, dove si trovava il porto da cui sarebbero partici all’arrivo del vascello. Nell’attesa della nave essi disegnavano delle figure di vascello nella chiesa di San Salvatore di Cabras o in quella di S.Vincenzo di Oristano (oggi, Santa Chiara). Tali disegni sono da considerare come degli ex – voto.

Dominazione catalano aragonese

San Vero è menzionata nelle "" ed è presente all'Atto di Pace del 1388. Riola non è segnalata nelle " Rationes Decimarum Sardiniae" ma è presente con un suo "Majore de Villa" e gli altri rappresentanti all'atto di pace del 1388. All’interno dell'abitato riveste un interesse storico e culturale la chiesa parrocchiale di San Martino, risalente al XVI secolo, ma, come ho appena scritto, di fondazione più antica, di stile romanico; l'edificio presenta facciata costituita da conci di pietra arenaria con coronamento ad arco e campanile con cupola a cipolla, simile a quello della Cattedrale di Oristano. La chiesa ospita un Crocifisso del XVI secolo, due acquasantiere del XVII secolo ed un coro ligneo del 1884. Nel retro della parrocchiale si erge la Casa Carta, risalente al XVII secolo, antico edificio che ha conservato nei secoli inalterato il suo fascino di residenza aristocratica.

Spagnoli

Un'ampia documentazione relativa al periodo spagnolo ci informa delle epidemie e delle carestie diffusesi a più riprese in Sardegna. Quale dovesse essere la situazione di insicurezza dei traffici e di isolamento di Riola in quell'epoca ce lo lascia comprendere la risoluzione presa tra il 1586 e il 1592 dal Viceré D. Pietro di Moncalda, il quale chiese che fosse costruito un solido ponte tra la via alle saline e Alghero. Le pestilenze continuarono a manifestarsi tra il 500 e il 600 insieme ad altri fenomeni negativi. Nel 1647, scrive l'Angius, un immenso sciame di cavallette, portato dal vento africano, avvolse la Sardegna meridionale diffondesi in seguito nelle altre parti. Il danno che arrecarono fu incalcolabile e la provincia arborese fu una delle più colpite. Seguì subito una gran mortalità del bestiame. Ai danni causati dalle cavallette seguì una grande carestia che decimò buona parte della popolazione. Nel maggio del 1652 venne introdotta nel Regno la pestilenza. Nel 1656, cessata la pestilenza, la popolazione arborense risultò decimata. A poco a poco Riola si riebbe e nel censimento del 1698 contava 179 fuochi con 317 uomini e 283 donne (600 abitanti) contro gli 88 fuochi (circa 350 abitanti) del 1653. Un aspetto particolare acquistano le vicende di Riola in relazione agli atti di pirateria che, ad opera di barbareschi e turchi, affliggevano non solo le terre del Sinis e dei paesi circostanti, ma spesso si addentravano nei paesi delle colline, seminando il terrore e raccogliendo innumerevoli vittime destinate alla schiavitù. Le coste sarde erano state protette da torri fino dai tempi di Alfonso il Magnanimo, nella seconda metà del secolo XV, ma il massimo incremento a questi edifici si realizzò proprio al tempo di Carlo V. Poiché la natura delle coste del Sinis consentiva facili approdi per le imbarcazioni, le torri non riuscirono a proteggere gli abitanti dalle incursioni barbaresche.

Piemontesi

Lo spopolamento del Sinis fu lento e inesorabile, finchè nel 1767, con l'avvento dei piemontesi e l'apparizione del marchese Damiano Nurra D'Arcais, tutti e tre i campidani, compreso il Sinis, fecero parte del feudo del marchese.

 

TRADIZIONI

Le principali leggende che vengono raccontate ancora oggi nel paese di Riola Sardo sono le seguenti:

Le mucche del Sinis

Narra la leggenda che molti anni or sono un povero contadino di Cabras, essendo stanco di patire la fame, si fosse rivolto a una jana che viveva sulla montagna di Sinis perché lo rendesse ricco. Commossa dalle preghiere dell'uomo, la magica creatura si era librata in aria, posandosi in cima al nuraghe in cui dimorava. Poi aveva estratto dalla tasca del suo grembiule un pugno di frumento e lo aveva sparso tutt'intorno. Toccando il terreno, i chicchi di frumento si erano trasformati in altrettante vacche nere che, non appena comparse, avevano partorito ognuna un vitellino dello stesso colore. Raggiante di gioia, il contadino aveva ringraziato di cuore la fata ed era tornato a Cabras con l'imponente mandria. Il poveretto, però, non aveva fatto in tempo a raggiungere la sua abitazione, che già tutte le mucche erano scomparse. A dire di alcuni era successo che il diavolo le aveva rubate, approfittando del loro pelame nero come la pece che le confondeva con l'oscurità della notte. Secondo altri, invece, le mucche svanivano nel nulla, perché le magie delle janas, diversamente dai miracoli dei santi, sono destinati a non durare troppo a lungo. Fatto sta che il contadino tornò dalla jana e si lamentò per quello che era successo. Lei allora, tornò di nuovo a innalzarsi fino alla cima del nuraghe, ripetendo ancora l'incantesimo dei chicchi di frumento. Poi spiegò al contadino quel che avrebbe dovuto fare per impedire alle bestie di svanire un'altra volta. "Ebbene" gli disse "se non vuoi che le vacche spariscano, toccale con la mano, e fa loro sulla schiena un segno di croce". Poi gli rivelò qual era la sacra preghiera della croce che doveva recitare nel compiere l'operazione. Il contadino obbedì e sul pelame nero di ognuna delle mucche comparve miracolosamente una vistosa croce bianca. Da allora le vacche fatate non scomparvero più. Anzi, dalle parti di Cabras c'è chi giura che la mandria della jana esiste ancora, perché si era recitata la preghiera della croce e vi si era posto mano, rendendo in questo modo le bestie immortali.

Sa sAnnora de S'onnigazza

Esisteva a Riola un castello detto "su casteddu de sa sannora e S'onnigazza" dove abitava una signora che non usciva mai alla luce del giorno e aveva la carnagione molto chiara. Per andare in chiesa veniva accompagnata con un fassoi :essendo il castello ai bordi del fiume , in linea d’aria a 500 metri dalla chiesa di santa corona de rivora. Usciva solo di notte perché le dava fastidio la luce del sole. Un giorno credendo che fosse ancora notte uscì, ma poiché era già l'alba una goccia di rugiada le cadde sul viso e morì. Il castello è esistito davvero perché nella zona detta S'onnigazza pare che ci sia ancora un fossato con in mezzo una collinetta. Adesso in ricordo di questa leggenda c’è un proverbio riolese che dice "Ze se pagu delicata non astessi mancu sa sennora de S'onnigazza ca esti morta pò un istiddiu de arrosada"

Is perdas de sa marchesa

Esistono diverse varianti di questa leggenda, la più conosciuta narra che nel periodo in cui esisteva la città di Tharros, c'era una ricca marchesa che possedeva un vastissimo territorio nei dintorni della città stessa. Questa marchesa seminava tanto grano, però non era mai contenta di quello che produceva. Un giorno nel periodo in cui gli operai separavano il grano dalla paglia, fece una brutta giornata, tirava poco vento e la marchesa era inquieta. Ella era molto egoista ed avara, tanto che non dava mai un soldo ai poveri. Quel giorno, ordinò agli operai di lavorare lo stesso, anche se il vento non era propizio per quel lavoro. In quel momento si presentò un poverello per chiedere l'elemosina, ma la marchesa lo cacciò via con brutte maniere. Quel poveretto, che era Gesù, la volle punire e con un miracolo trasformò in colline il mucchio del grano e quello della paglia. La marchesa disperata prese la sua carrozza con i cavalli e scappò via verso Tharros, ma a metà strada fu trasformata in pietra. I cavalli corsero a lungo e Gesù li fermò vicino a Santa Caterina e li trasformò in pietra. Oggi quel mucchio di grano si chiama monte Trigu e quello di paglia monte e Palla e le pietre in cui fu trasformata la marchesa "Is perdas de sa marchesa".

La leggenda dei morti "I tarabusi"

Prima che le paludi vicine al paese venissero bonificate, ogni venerdì verso sera, si sentivano le urla rauche dei tarabusi, uccelli della palude. Gli antichi però dicevano che queste urla erano quelle delle anime in pena, ossia di quelle persone che nella vita terrena si erano comportate male. Dopo la morte la loro anima era andata in possesso del diavolo, pertanto si trovavano nella palude, facendo penitenza.

La leggenda della vernaccia

Esistono numerose varianti di questa leggenda, una di queste narra che tanti anni fa era venuta in Sardegna Santa Giustina per predicare la religione cristiana. Andando di villaggio in villaggio aveva notato che il popolo sardo era molto povero, allora aveva pregato Dio affinchè concedesse ai sardi qualche grazia. Dio le promise che avrebbe fatto crescere una vite che avrebbe prodotto un vino speciale. In quel momento la Santa si commosse e pianse. Nel punto in cui caddero le sue lacrime spuntò la vite che produsse uva bianca dorata, dalla quale si ottenne un vino pregiato e squisito dal sapore amarognolo, dal profumo del fiore di pesco e dal colore dorato, che si chiama ancora oggi vernaccia. Ora la vernaccia (in dialetto riolese Sa crannazza) .

I TEMPLARI

Appassionato cultore dello studio dei cavalieri templari, Elvio coadiuva nelle ricerche storiche un grande studioso, e carissimo amico, Gianfranco Pirodda, che da piu' di 30 anni si occupa di questo tema. Insieme hanno individuato un percorso usato dai pellegrini, Passum Pellegrinorum (PP), che provenendo da nord, quindi da San Leonardo, Santu Lussurgiu, Bonarcado, Milis, San Vero Milis, Riola Sardo, si recavano a San Salvatore per imbarcarsi a Mistras sulle navi che li avrebbero condotti a Roma o a Gerusalemme (Terra Santa). Il percorso ancora oggi ben individuabile è costituito dalla presenza di pietre nei siti originali recanti incisa la sigla PP. Una di queste si trova proprio in una vigna di sua proprietà. La presenza dei Cavalieri del Tempio a Riola è testimoniata anche dalla Chiesa di Santa Corona. Della chiesa oggi si conservano solo alcune parti: la navata centrale è completamente crollata, fortunatamente sono ancora eretti il lato sinistro e la parete di fondo. Dal 2009 la chiesa è oggetto di un intervento di restauro, volto a recuperare e salvaguardare l'unicità di questo sito, e consentirne la fruizione agli abitanti e ai visitatori. Nel Medioevo Riola Sardo era circondata per tre lati dall'acqua e questo la rendeva un territorio piu' sicuro dagli attacchi dei Saraceni. Un tempo nello stagno si praticava la pesca ma poi venne bonificato dai monaci. Fino a poco tempo fa si è creduto che si trattasse di frati benedettini. Infatti sul territorio era forte la presenza dei monaci camaldolesi, che avviarono una massiccia opera di bonifica e sviluppo agricolo. Ma le ricerche attuali, durate diversi anni, confermano che si tratti piuttosto dei monaci Cavalieri del Tempio, che abbero nella zona e in tutto il Giudicato vasti possedimenti, beni e ricchezze. L'unico documento che ne parla, la scheda n. 115 del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado cita tale "prebiteru Terico Arras, capridanu de S.Corona" che doveva "serbire in Templu de S.Corona": il prebiteru Terico Arras era consanguineo del cavaliere templare francese Matteo d'Arras che fu arrestato nell'ottobre 1307. E un sacerdote (presbitero) che avesse i gradi di capitano (capridanu) non poteva essere un camaldolese, ma solo un Cavaliere del Tempio, ordine al contempo militare e religioso. Nel suggestivo scenario della chiesa di Santa Corona, lo scorso 8 agosto Gianfranco Pirodda ha tenuto una conferenza sulla presenza dei cavalieri templari a Riola, a cui è seguito il concerto di canti medievali del coro polifonico "Nocte Surgentes".

I TOPONIMI DI RIOLA SARDO (SINIS)

Su Cuccuru Mannu de Santu Antoni

Su Cuccuru (Chiesa) de Santu Antoni de Terra Sulas indica l'area occupata oggi da Via Sant'Antonio. Viene citata già nel XIII secolo all'interno del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado: "...sa clesia de Santu Antoni...".

Santu Quirigu

Indica il territorio che si estende sull'ansa destra del Rio Mare Foghe, sulla provinciale SS 292 che conduce a Narbolia, di fronte a Su Cunzau de is Fruccasa, che trae origine a sua volta da un episodio di impiccagione riportato all'interno del censimento redatto dall' Angius Casalis nel XVIII secolo. La chiesa di Santu Quiricu di Terra Sulas del XII secolo è completamente scomparsa. Rimane la diffusione del cognome Sulas tra le famiglie riolesi.

S'Onnigazza

Del castello del XIII secolo "Su casteddu de sa sennora e S'Onnigazza" oggi sono visibili solo il fossato e la base, con un'estensione di circa 110 metri per 80. I resti del castello sono collocati sulla strada provinciale SS 292 a 200 metri dal bivio per Su Cuccuru Mannu. Una leggenda racconta che il castello fosse abitato da una signora dalla pelle molto chiara, che non usciva mai alla luce del giorno. Per andare in chiesa veniva accompagnata con un fassoni, poichè il castello sorgeva ai bordi del fiume, in linea d'aria a circa 500 metri dalla Chiesa di Santa Corona. Un giorno, credendo fosse ancora notte uscì, ma poichè era già l'alba una goccia di rugiada le cadde sul viso e morì. In ricordo di questa leggenda c'è un proverbio riolese che afferma: "Ze se pagu delicada, non astessi mancu sa sennora de S'onnigazza ca esti morta po' unu istiddiu de arrosada".

Su Anzu

La località Su Anzu (banzos - bagni) si trova lungo Su Camminu de is busincusu, non molto distante da Is Ariscas. Non esistono documenti scritti, ma attraverso la tradizione orale ci sono pervenute testimonianze della presenza su questo territorio di un tempio con bagni termali. Ad avvalorare tale asserzione contribuisce l'esistenza in tale sito di una vasca rivestita da un mosaico, al momento completamente ricoperta da pietre. In una casa riolese sono ospitate due colonne in basalto che potrebbero provenire da questo tempio.

Arzipiscu (arcivescovo)

Indica un particolare sito nel Sinis riolese, che testimonia la presenza dell'arcivescovado Arzipiscu già a partire dal XIII secolo, organismo che all'epoca espletava funzioni legislative e giudiziarie, quindi svolgendo un ruolo fondamentale per la società dell'epoca. Purtroppo non sono disponibili ulteriori prove e documenti che descrivano nello specifico la natura di questo arcivescovado.

Terra Santas

Designa un territorio particolare della campagna riolese, celebre non per la sua fertilità come lascerebbe supporre l'aggettivo santas, bensì per l'utilizzo che se ne faceva in passato. Fa riferimento infatti al passaggio dei pellegrini che provenendo da nord (San Leonardo, Santu Lussurgiu, Bonarcado, Milis, San Vero Milis e in ultimo anche Riola Sardo) si recavano a San Salvatore per imbarcarsi a Mistras sulle navi che li avrebbero condotti a Roma o a Gerusalemme (Terra Santa). Il percorso ancora oggi ben individuabile è costituito dalla presenza di pietre nei siti originali recanti la sigla PP (Passum Pellegrinorum). Nell'attesa dell'imbarco i pellegrini disegnavano come ex voto delle figure di vascelli tutt'ora visibili sulle pareti della chiesa di San Salvatore a Cabras o di San Vincenzo a Oristano (oggi Santa Chiara).

Bidda Maiori (Villa Majore)

Questo territorio costeggia la salina di Sale Porcus, collocato a metà strada lungo la via che da Cornus conduce a Tharros. Si pensa che fosse un villaggio romano molto importante a causa della sua posizione strategica per il commercio del sale (il cosiddetto "oro bianco"), indispensabile per la conservazione dei cibi.

Is Ariscas Burdas

Tale zona si trova sulla strada Bosa - Karalis (Cagliari), lungo "su camminu de is busincusu". In questo territorio si segnala l'importante ritovamento di ceramiche appartenenti all'epoca punica, terracotte figurate, piccole maschere femminili, riferibili forse alla stirpe votiva di un tempio campestre dedicato alle due dee dei misteri Eleusini: Demetra e Kore (si suppone il tempio Su Anzu, data la vicinanza geografica). Is Ariscas inoltre rappresenta oggi uno dei migliori terreni per la coltivazione della vernaccia. Qualcuno sostiene che il vitigno vernaccia sarebbe stato importato dai Punici. Tale affermazione è assolutamente confutabile, in quanto se ciò fosse vero, dovremmo riscontrare la presenza della vernaccia in tutti i luoghi in cui i Punici furono presenti. Il vitigno vernaccia è invece presumibilmente autoctono, presente nel Sinis già in età nuragica.

Is 'oaius

Individua la zona degli oliveti secolari di epoca spagnola (XVI sec.). Furono gli spagnoli a diffondere la coltivazione e la pratica dell' innesto maiorchino tuttora applicato. Il territorio di Is 'oaius rappresenta un vertice del cosiddetto quadrilatero dell'olio composto da Riola, Nurachi, Cabras e Solanas.

Nuraghe Tzricottu

In questa località nel 1996 sono state rinvenute delle tavolette in bronzo con delle iscrizioni, tutt'ora all'esame degli studiosi per stabilirne la datazione storica ed il significato. Si tratta infatti di una tipologia di scrittura ancora oggi sconosciuta, che fa pensare addirittura ad un alfabeto nuragico. Ciò comporterebbe da parte dell'accademia una rivoluzione dell'interpretazione storiografica sinora vigente, secondo la quale i costruttori di nuraghi non conoscevano l'uso della scrittura. Le tavolette di Tzricottu rappresentano quindi una scoperta importantissima per l'intera storia della Sardegna. Per maggiori informazioni vi suggeriamo di leggere l'articolo di Marcella Meloni pubblicato sul sito: http://www.antikitera.net.

L'AZIENDA AGRICOLA

LA COLTIVAZIONE DELLO ZAFFERANO


LA PRODUZIONE DI MIELE

LA CANTINA

Elvio Sulas

La Cantina

L'Azienda Agricola

Lo Zafferano

Il Miele

La Storia di Riola Sardo

I Toponimi di Riola Sardo (Sinis)

I Templari

 

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